Cuba ai tempi di Trump: hasta l’embargo siempre #1

di Angela Gennaro

Autostrada L’Avana-Pinar del Rio. Camminano, a piedi, a bordo strada. In principio è lui a rallentare: due passi di danza, una piroetta, un movimento di bacino. E ricomincia a camminare. Lei procede al suo fianco e osserva. Rallenta a sua volta. Improvvisa una risposta a ritmo e sorride. Quella che a Cuba porta il nome di “autopista” è uno stato dell’anima: biciclette, carri trainati da buoi, carri trainati da cavalli, carri trainati da non-importa-cosa, anche contromano. Camion con gente in piedi dietro, vento in faccia e magliette colorate: ci si sposta così, qui, ed è uno dei metodi meno colonizzabili dai turisti.

Si cammina, anche, in autostrada. A piedi. Folle in fila sparsa fanno l’autostop. Qualcuno cerca riparo all’ombra dei cavalcavia. La maggior parte resta stoicamente sotto al sole inclemente. Un uomo solo, in mezzo al nulla, offre polli ben abbrustoliti appesi a testa in giù. Su un ponte, una scritta: “Vince solo chi lotta e chi resiste”. Una donna si ripara dal sole sotto a un ombrello da pioggia. “Qui tutti sanno ballare, sai?”, racconta Raul mentre guida la Chevrolet verde bottiglia del 1954 di suo padre. Davanti al suo naso ciondola con moto regolare un arbre magique decorato come la bandiera degli Stati Uniti. “Ed è vero che ci piace il pugilato. Se vuoi, domani boxiamo in spiaggia”.

L’Avana, Cuba, 14 aprile 2017. DF Photo/Angela Gennaro

Cuba regala stereotipi, se li si vuole trovare. Balla, beve rum e aspetta l’autobus. Le spiagge sono decisamente caraibiche e i resort sono arrivati a Cayo Coco e Playa Pilar tra fenicotteri rosa e stelle marine grandi come palloni da basket. Fidel Castro è morto, Donald Trump è il presidente degli Stati Uniti e il blocco economico e commerciale c’è ancora, a Cuba. All’Avana i murales “Abaso el bloqueo” non si contano. Con l’implosione del Venezuela, principale alleato dell’isola, l’economia cubana ha subito una significativa contrazione dello 0,9%. Dal 2014, Barack Obama ha ripreso i rapporti diplomatici e ha cominciato a intervenire sulle restrizioni delle operazioni finanziarie con l’isola. Ma il futuro non ha fatto in tempo ad arrivare e ora il successore di Obama alla Casa Bianca, Donald Trump, inverte il trend.

Cuba, Autopista L’Avana-Pinar del Rio. DF Photo/Angela Gennaro
Bloqueo a stelle e strisce

Dagli Usa con il visto “culturale”. Anzi no. ​La Lonely Planet, segno distintivo di qualunque turista, monopolista dell’afflusso straniero, indica i dopobarba scadenti e i profumi di scarsa qualità come uno degli odori tipici dell’isola. Abbinati oggi ad altri richiami “yanquis”: un cappello da baseball con la scritta New York, un telo da mare a stelle e strisce. Sullo sfondo, “socialismo o muerte”: i murales, insieme ai cani randagi – che in fondo sono cani di tutti – fanno da guida. “Emancipazione solo grazie ai nostri sforzi”: è la rivoluzione rivendicata e celebrata, scritta e ricordata 58 anni dopo. È l’essenza dell’embargo, dell’annunciata, lenta ripresa degli scambi commerciali e di persone con Obama e ora di Cuba nell’era di Donald Trump.

L’Avana, Cuba, 14 aprile 2017. DF Photo/Angela Gennaro
L’Avana, 25 aprile 2017. DF Photo/Angela Gennaro

È aprile e l’isola pullula di turisti. Come Rachel, che viene dalla Florida e siede incredula in un bar dell’Avana. “È strano perché non è come immaginavo”, racconta sorseggiando il primo mojito di una serie. Qui – avverte un manifesto – si vende Coca Cola, e il fatto resta una rarità: il Cuba Libre non si fa certo con la bevanda americana, qui nell’isola. Rachel viene da Tampa, a un’ora di volo dall’Avana. “Ci era proibito venire a Cuba. E quindi ce la immaginavamo decisamente diversa”, racconta. “È strano: invece sono proprio come noi”. L’isola caraibica è la destinazione del suo weekend fuori città: tre giorni e via. “Poi tanto tornerò. Voi europei potete venire con il visto turistico, ma per noi non è ancora così: ho un visto di “studio e ricerca” e dovrò portare indietro prova delle attività culturali che ho fatto qui all’Avana. Documentazione che dovrò tenere a disposizione per cinque anni. Per eventuali controlli dei miei negli Usa, sia chiaro: ai cubani credo non gliene freghi niente”.

Il turismo “di massa” statunitense verso Cuba rischia di subire un arresto prima di vedere davvero la luce, ora che Trump ha cancellato l’accordo che il suo predecessore aveva fatto con l’isola. “L’ambasciata americana all’Avana resta aperta nella speranza che i nostri Paesi possano intraprendere un cammino molto migliore”, dice il tycoon da Miami. La sua nuova direttiva interviene proprio su commercio e turismo. Siccome le suddette aperture – questo il ragionamento di Trump “non hanno portato vantaggi ai cubani e neanche migliorato la situazione dei diritti umani” ma hanno anzi solo “arricchito il regime castrista”, la via della sua amministrazione è ora quella di applicare “con maggior convinzione l’embargo e il divieto sul turismo”.

L’amministrazione di Barack Obama aveva permesso ai cittadini statunitensi di andare nell’isola caraibica per ragioni “educative e culturali” senza doversi rivolgere a gruppi organizzati. A inizio maggio un’ulteriore tappa era stata segnata dall’annuncio del sito web di viaggi statunitense Expedia, che ha cominciato a offrire la possibilità di prenotazioni on line per hotel a Cuba unendosi così a una dozzina di compagnie americane e operatori di crociere che negli ultimi anni sono entrati nel mercato cubano.​ I visitatori, a Cuba, sono cresciuti del 13% fino alla cifra record dello scorso anno di 4 milioni di turisti su una popolazione di poco meno di 12 milioni di abitanti. I viaggiatori Usa sono aumentati del 74% e, secondo una ricerca citata da Reuters, potrebbero arrivare a 2 milioni entro il 2025. Trump permettendo.

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